venerdì 16 dicembre 2016

Recensione: La guardia, il poeta e l'investigatore di Jung-myung Lee

Titolo: La guardia, il poeta e l'investigatore
Autore: Jung-myung Lee
Traduttore: Benedetta Merlini
Casa editrice: Sellerio
Numero di pagine: 379
Formato: Cartaceo

Nel 1944 la Corea è sotto l’occupazione giapponese, e nella prigione di Fukuoka non si permette ai detenuti coreani di usare la propria lingua. Un uomo, una guardia carceraria, viene trovato brutalmente assassinato, e un giovane collega dall’animo sensibile e letterario viene incaricato di condurre l’indagine e trovare il colpevole. La vittima era temuta e odiata per la sua brutalità, ma quando l’improvvisato investigatore avvia la sua inchiesta interrogando custodi e detenuti, ricostruendo poco a poco i movimenti degli ultimi mesi, un diverso e sorprendente scenario si impone alla sua attenzione. Dall’inchiesta sull’uomo emerge il passato di un povero analfabeta orfano dei genitori, il faticoso riscatto attraverso il lavoro, la carriera nella prigione, la scoperta di una passione inaspettata, il ruolo di «censore» con l’incarico di controllare la corrispondenza in entrata e in uscita dal carcere. E soprattutto il legame con un detenuto particolare, un famoso poeta coreano, autore di scritti sovversivi. E proprio attorno al poeta ruota l’intera vicenda: nel corso dei suoi interrogatori il giovane si trova a parlare sempre di più con il prigioniero e, come prima di lui la guardia assassinata, a immergersi in un dialogo fatto di letteratura, d’arte, di libertà. Si scopre a desiderare la bellezza dei suoi versi clandestini, a subire il potere eccitante e al tempo stesso rasserenante della parola poetica.
Calibrando suspense e ricostruzione storica, dolore e dolcezza, il romanzo dipinge un universo di contrasti: le condizioni dei detenuti obbligati ad abolire il proprio nome, la costante violenza fisica e psicologica alla quale sono sottomessi, il raggio di luce dei poemi del poeta realmente esistito Yun Dong-ju le cui parole diventano merce di contrabbando, balsamo di speranza, sfida provocatoria e coraggiosa alla crudeltà degli esseri umani. 


Questo libro, per quanto mi riguarda, ha una storia strana. Ero in biblioteca a curiosare fra le novità quando una signora, indicandomi questo volume, mi dice con convinzione che è bellissimo. Non so voi, però mi è sembrato - ancora di più col senno di poi - un caso del destino. Ho seguito l'istinto e me lo sono portata a casa, senza immaginare di trovarmi tra le mani una delle mie letture più belle del 2016. E recensirlo sarà anche difficile, perchè qui mi piacerebbe poter condividere con voi tantissime citazioni, ma essendo questo un volume della biblioteca (nonchè cartaceo - non sottolineo i cartacei) devo accontentarmi di andare un po' a memoria, sperando di riuscire a recuperare qualcuno dei tanti pezzi che mi hanno colpita.

"Se le parole potevano spiegare la vita, perchè non potevano far luce sulla morte?"

L'incipit del romanzo è quello classico del giallo: c'è un morto inspiegabile e un uomo incaricato di scoprire l'assassino. Ma accanto alla tradizione abbiamo fin da subito rilevanti punti di discordanza con la stessa. Innanzitutto, siamo nel 1944, in Giappone, nel pieno della Seconda Guerra mondiale; in secondo luogo, ci troviamo nella prigione militare di Fukuoka e il morto era un delle guardie giapponesi, così come il giovane - perchè Watanabe è molto giovane - incaricato dal direttore del carcere di scoprire l'assassino. In particolare, Sugiyama - la guardia assassinata - e Watanabe sono assegnati al terzo blocco, uno dei peggiori: quello riservato a coreani antigiapponesi, terroristi, rivoltosi, comunisti, rivoluzionari. Watanabe, prima di essere chiamato a fare il proprio dovere per la patria, era uno studente, e non solo: era un appassionato di letteratura: poesie e romanzi, rinchiuso nel negozio di libri usati della madre, avevano rappresentato non soltanto uno scudo contro le brutture del mondo, ma una vera e propria ragione di vita.
All'opposto abbiamo Sugiyama, temprato dalla guerra, indurito da anni di violenza e di brutalità, semi analfabeta, rigidamente leale alla gerarchia e agli ordini, censore della prigione.
A legare questi due personaggi, a percorrere tutto il romanzo e a rappresentare l'anima di questa storia sono proprio le parole. Le parole dei poeti vivi e morti, le parole della verità che sempre sono poesie, le parole che racchiudono la nostra capacità di speranza. E le parole scritte, anche e soprattutto. Quelle di cui si nutre Watanabe, quelle che cancella Sugiyama nel suo studio con energici segnacci rossi, come ferite sul candore del foglio. Le parole, che sono tutto ciò che è nel cuore di Yun Dong-ju, perchè esse sono il mezzo con cui viene alla luce.
Vi ho parlato della guardia, vi ho parlato dell'investigatore. Ora lasciate che vi parli del poeta, e per mezzo delle sue stesse parole:

"Autoritratto

Solo, costeggio i piedi della montagna
verso il pozzo isolato accanto alla risaia e vi guardo dentro.

Nel pozzo la luna lucente, le nuvole ammassate,
il cielo vasto e blu e il sibilo del vento ed è autunno.

E c'è un uomo.
Mi allontano, odiandolo per una ragione che non  conosco.

Ripensandoci, ho compassione per lui.
Torno indietro e guardo dentro. È sempre lì.

E di nuovo vado via, odiandolo.
Ripensandoci, ne sento la mancanza.

Nel pozzo la luna lucente, le nuvole ammassate,
il cielo vasto e blu e il sibilo del vento ed è autunno
e c'è un uomo, come un ricordo."

Yun Dong-ju, il cui nome giapponese è Hiranuma Dozu. Costretto ad abbandonare il suo nome e la sua lingua, privato della libertà, picchiato, mortificato, quasi ammutolito. Ma le parole, sempre, sono più forti, e diventano il mezzo per costruire un dialogo fatto di poesia con Sugiyama prima e con Watanabe poi.
La figura più importante di questo romanzo è proprio quella del poeta: Dung-ju, autore realmente esistito, diventa talvolta la personificazione del Poeta, colui che compone versi e nutre il resto dell'umanità con il suo talento. 
Se centrale è il Poeta, altrettanto - se non di più - lo è la poesia. Uno dei punti di scontro più feroce con Sugiyama è proprio il ruolo della poesia, argomento ancora attualissimo, anche perchè possiamo tranquillamente estenderlo all'arte in generale. In un mondo che cade a pezzi, dove le persone muoiono e soffrono, dove la guerra infuria e sembra che esistano solo la crudeltà e la violenza, che posto può esserci per l'arte? L'arte non può spiegare i fenomeni e, parzialmente, riprodurli, come fa la scienza; l'arte non è pratica, non ti porta il pane in tavola, non guarisce le malattie. A cosa serve, allora?
La risposta la troveremo nella lettura ed è la più semplice e fondamentale che ci sia: l'arte è consolazione dalle sofferenze, è la speranza di un mondo migliore, è ciò che ci porta a stringere i denti e superare le difficoltà. Questo scoprirà Sugiyama, nel suo sofferto confronto con Dong-ju. Questo, e il potere delle parole.

" <<"Quella che noi chiamiamo rosa, anche con un altro nome avrebbe il suo soave profumo". Cos'è un nome? Ciò che importa è la tua essenza. Che tu sia Hiranuma o Yun Dong-ju sei un coreano sfacciato e ostinato>>
<<Un nome è il simbolo del proprio essere>> ribattè Hiranuma con un filo di voce. <<Non rappresenta solo un viso e un corpo, ma anche i sogni, i ricordi, il passato, il presente e il futuro di una persona. Proprio come una parola èuò contenere in sè diversi sentimenti o una frase può avere vari significati>>
(...)
Quindi una rosa chiamata con un altro nome avrebbe continuato a mantenere inalterato il suo profumo, ma non chiamandosi più così non sarebbe più stata una rosa. Anche la rosa più profumata con il passare del tempo perdeva il suo profumo e appassiva, ma il nome "rosa" avrebbe continuato a evocarne la bellezza e la fragranza".

Il tema dell'identità è importantissimo in questo romanzo. Uno dei fulcri della narrazione è lo scontro culturale tra coreani e giapponesi e il modo in cui questi ultimi impongano ai coreani di abbandonare la loro patria, i loro nomi, la loro lingua addirittura. Dong-ju combatte per rimanere sè stesso, perchè ciò che dice è profondamente vero, e ha dato da pensare a Sugiyama quanto a me. Il nostro, nome, la nostra provenienza, la nostra lingua. È vero, nessuno di essi ci identifica completamente, perchè definire una persona solo in base al suo Paese di provenienza è riduttivo a dir poco. Allo stesso tempo, ci plasma. Il nome che ci hanno dato i nostri genitori, la lingua che ci scorre nelle vene: tutto ciò cresce con noi, si evolve con noi e, per quanto lontano possiamo andare, sarà sempre una parte di noi, un piccolo nucleo di identità che contribuisce alla nostra personalità.
Oltre al tema dell'identità e del ruolo del poeta e della poesia, questo libro ci porta a contemplare con muto orrore ciò che avveniva in una prigione militare: i maltrattamenti, le angherie, le torture. Fukuoka è l'inferno e si è liberi solo nella morte. Neanche in essa, perchè se nessuno reclama la salma, essa viene sepolta nel cimitero della prigione. E a queste atrocità si affiancano quelle di una guerra insensata, l'ultima di una lunga catena.
I personaggi mossi dallo scrittore sono pochi ma dipinti magistralmente. Talvolta ho avuto l'impressione di trovarmi davanti a una favola, delicata nonostante le brutture che Lee, con uno stile chiaro e lieve, ci mostra. Ma ciò che lo scrittore ha in serbo per il lettore è una verità terribile, che non lascia scampo a nessuno, personaggio o lettore.

"È stato terribile

È stato terribile vedere quell'innocente vitellino dimenarsi,
mentre veniva trascinato nel mattatoio.

Cercare di leccare le gocce d'acqua
cadute sulle mura del piccolo e solitario villaggio.

Oh Dio! Quel vitellino era così amorevole e buono mentre
passava per la strada vicino all'albero di camelia.

Oh Dio! Tu, che sei così buono, per favore dicci che saremo tutti perdonati.

E che un giorno quando arriveremo nel Paradiso dorato,
non uccideremo più quel piccolo e grazioso vitello.
E che, invece, diventati più buoni,
gli orneremo le corna con i fiori.

Oh Dio! Per favore, fa che il vitello non soffra troppo,
quando riceverà una coltellata in testa."

Ho amato tantissimo questo libro. Il finale è stato un colpo molto duro da digerire e mi ha lasciato una grande amarezza. Credo che sia uno di quei libri che si devono leggere e che un giorno, forse, diventeranno classici della letteratura. Ma non sono un critico letterario, sono solo una ragazza che, quando legge libri simili, si ricorda perchè la lettura è un'altra forma del suo essere. Perchè le parole mi scorrono dentro, come per Watanabe e Sugiyama, e se non esistessero i Dong-ju a dare loro voce non varrebbe la pena vivere.



Virginia


16 commenti:

  1. Ciao Virginia, le ultime parole della tua recensione mi hanno fatto venire la pelle d'oca e il resto non è da meno, sei molto brava, davvero :)
    Ero già entusiasta di aver scoperto questo libro nel tuo ultimo www e aspettavo con ansia la tua recensione, anche se già ero abbastanza convinta di volerlo leggere. Ora lo sono ancora di più.
    Mi fai sempre conoscere libri intriganti e stimolanti, grazie *_*
    Un abbraccio :-*

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    1. Ciao Maria, grazie infinite per quello che hai detto*-*
      Sono felicissima che la recensione ti sia piaciuta e che il libro ti incuriosisca! Spero che, nel caso decidessi di leggerlo, la lettura sia altrettanto interessante:)
      Un abbraccio:-*

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  2. Sappi che la tua recensione è SPLENDIDA e mi ha quasi commosso! Grazie per averla scritta :) Questo libro va dritto dritto in wishlist.

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    1. OMG, grazie*-*
      Questo devi assolutamente leggerlo, Mami!

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  3. Ciao cara Virginia, quella che leggo oggi è una recensione che ho avvertito un po' diversa. Forse perchè al di là della storia in sè raccontata in questo romanzo, di cui è ovvio il valore e l'intensità espressa anche dalle tue parole per raccontarla, io ho sentito proprio il trasporto e il coinvolgimento di te e della tua anima. In particolare quell'anima che ama raccontare e ama usare le parole per esprimere ciò che ha dentro. In un momento specifico della recensione hai parlato di parole, di quanto esse siano importanti, le parole di chi vive e di chi muore, le parole che legano i pezzi della nostra vita.
    C'è anche il tema dell'identità e tutto viene fuori in modo molto empatico proprio grazie al tuo modo di raccontarlo.
    Grazie per questa interessantissima segnalazione.
    Un abbraccio forte! :*

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    1. Ciao Antonietta, non sai come sono felice di essere riuscita a trasmettere - anche se solo in minima parte - quello che mi ha dato questo libro. I temi sono tanti e molto profondi e non sai quant'è stato difficile scriverla ed esserne solo anche minimamente soddisfatta, quindi apprezzo moltissimo le tue parole:)
      Grazie a te per quello che hai detto!
      Un abbraccio:-*

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  4. Sembra una lettura davvero affascinante e di forte impatto. Molto articolata e intensa anche la tua recensione.

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  5. Bella recensione! Non mi attira molto come libro al momento... ma chissà! :)

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    1. Grazie:-* Magari te lo rifilo per il compleanno e ti martello finchè non l'hai letto, chi lo sa?:P

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  6. Ciao Virginia... La recensione è molto bella e interessante sia la tua lettura del libro sia i concetti che nel libro vengono trasmessi con la storia. Sicuramente sarà una lettura che farò prima o poi e grazie per la segnalazione :-)

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    1. Ciao Mikla, grazie a te per essere passata:) Questo libro merita tantissimo! In caso lo leggessi poi fammi assolutamente sapere che ne pensi!

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  7. Ciao! Ma questo è il libro che mi hai consigliato!! *-* complimenti per la recensione, è stupenda! :) Spero di riuscire a leggerlo prestissimo!!!!

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    1. Si, è proprio lui*-* Grazie!! Se poi lo leggi fammi assolutamente sapere che ne pensi:-*

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  8. Bellissima recensione, non conoscevo questo libro ma deve essere una lettura che tocca temi delicati e importanti. Quello che hai detto sul tema dell'identità mi ha colpito molto!
    Che bello quando le persone in biblioteca consigliano i libri, io però sui miei libri sottolineo :)
    A presto :)

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    1. Grazie mille:) Neanch'io conoscevo il libro, come dicevo è stata una scoperta casuale e meravigliosa, il Destino (se pure esiste) mi ha decisamente guidata:)
      Si, è stata una cosa molto bella, raccontarlo era d'obbligo:)
      A presto!

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