domenica 15 gennaio 2017

CineRecensione#1 Ginger e Fred

Anno: 1985
Pellicola: Colore
Durata: 125 min
Regia: Federico Fellini

Alla stazione Termini scende Amelia, ex ballerina soprannominata "Ginger", vedova e proprietaria di una piccola industria. Deve apparire in televisione per ballare, trent'anni dopo, col suo vecchio partner Pippo, in arte "Fred". E' il periodo natalizio, c'è una grande confusione. Ginger sale su un pulmino dove incontra strani personaggi; arriva in un grande albergo dove tutto il personale è davanti alla tv, preso da una partita di calcio. Fred non è ancora arrivato, e Ginger scende in strada, dove viene circondata da un gruppo di motociclisti minacciosi. Torna in stanza, sente russare e scopre che è Fred, invecchiato, ridotto a malpartito, che ha accettato di partecipare allo show soltanto per soldi. I due vorrebbero almeno provare il loro vecchio numero, ma non ci riescono per il bailamme degli strani personaggi, ospiti, come loro, della trasmissione Ed ecco a voi. Alla fine ci riescono ma è un disastro. Solo i complimenti del presidente della tv li convincono a partecipare allo spettacolo: quando tocca a loro è un successo. Alla stazione, nel momento della partenza, vengono riconosciuti e firmano autografi. Poi, dopo che Fred ottiene un po' di soldi in prestito da Ginger, si separano. Lei parte. Le luci dei binari si spengono e resta solo la tv con i suoi martellanti spot pubblicitari.

Ciao a tutti e buona domenica! Non vi avevo promesso che oggi avrei dato il via a una nuova rubrica? Ebbene, eccomi qua! Il nome non è il massimo e l'idea non è delle più originali ma, al solito, l'ho declinata a modo mio. In questo primo appuntamento lasciate che vi descriva un po' cosa andrò a fare e con che cadenza.
Come potete facilmente intuire, con le mie CineRecensioni parleremo di film. Ma la cosa è un pelo più articolata. Tutti noi sappiamo che, come nel caso della letteratura, anche il cinema ha vari livelli di profondità. Ci sono i film più commerciali - che apprezzo moltissimo - ed altri un po' meno noti. Il cinema d'autore, così è definito. Io, per parte mia, amo vedere film e ho sempre sentito come una carenza il non dedicarmi a quest'aspetto del cinema. Ecco, in questa rubrica vorrei occuparmi di film un po' più autoriali, per vederli io per prima e con la speranza di dare anche a voi qualche suggerimento meno scontato.
Prima che partano le critiche, premetto di essere molto ignorante in materia. I film d'autore sono un territorio a me sconosciuto e l'idea è proprio quello di esplorarlo. Questo significa non solo che ho poca dimestichezza ed esperienza ma anche che proporrò registi che potrebbero non rientrare nella categoria. Quindi, se qualcuno più esperto di me volesse aiutarmi a crescere, sarebbe senz'altro i benvenuto, ma sempre tenendo conto che sono una novellina con tutti i crismi:)
Detto questo, ultimissime considerazioni. La rubrica verrà postata 2 volte al mese, rispettivamente l'1 e il 15, se tutto va come da programma. Avrei voluto proporvi un altro film (L'uovo del serpente di Ingmar Bergman), ma il DVD della biblioteca mi ha scaricata brutalmente a metà visione, lasciandomi anche piuttosto contrariata. Lo voglio assolutamente riprendere in futuro, ma per oggi mi "accontento" di Fellini, regista del quale, con mia somma vergogna, non avevo mai visto nulla.

Ho scelto questo film senza quasi saperne la trama. Fra i tanti della biblioteca questo ha colpito il mio sguardo e, un po' dubbiosa, ho deciso infine di portarlo a casa. Non sapevo cosa aspettarmi, ma sicuramente non mi sarei aspettata di gradirlo così tanto.
Nella Roma degli anni Ottanta due vecchie star, due vecchi amici, due vecchi amanti si rincontrano con la scusa di partecipare, dopo anni di assenza dal palco, a un programma televisivo che, per festeggiare il Natale, ha invitato tantissimi ospiti d'onore per far commuovere e far sentire un po' di nostalgia agli spettatori. Ed è così che le vite di Amelia e Pippo si tornano nuovamente a intrecciare, non più nel fulgore della giovinezza e del successo ma molti anni dopo, con i capelli grigi e gli acciacchi che iniziano a farsi sentire, dopo anni di lontananza e di una vita fatta di quotidianità e famiglia.
Mi hanno colpita vari aspetti di questo film. 

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Giulietta Masina (Ginger) e Marcello Mastroianni (Fred)

Innanzitutto l'ambientazione. Roma, la Città Eterna (come viene definita anche all'inizio del film), che è qui rappresentata come una vera e propria discarica a cielo aperto, nel grigiore degli alberghi di serie Z lontani dal centro. Non c'è nulla della grandiosità che si è soliti accostare a Roma in questa pellicola, nulla se non cemento, cartelloni pubblicitari e tanta, tanta spazzatura.
Il punto forte della vicenda sono i personaggi. Pippo e Amelia sono meravigliosi, teneri nel loro ritrovarsi e nel loro affrontare una realtà molto diversa da quella che ricordavano. Sono passati tanti anni e sono cambiati. La vita è andata avanti e, nel rivedersi, c'è quel senso di estraneità e familiarità al tempo stesso. Sono fragili, vulnerabili, fuori tempo in questa nuova realtà che Fellini delinea e che è squallida, volgare, vorace. 
Altrettanto incredibili sono  personaggi che ruotano loro intorno e che, più di una volta, fanno spalancare gli occhi allo spettatore: divertenti, patetici, ridicoli, umani. Da Ed ecco a voi c'è spazio per tutti, dal mafioso appena incarcerato a sedicenti medium. Fanno ridere ma, in fondo, si avverte un retrogusto di amarezza, perchè si pensa che, ancora adesso, la televisione offre lo stesso livello culturale. I "pecoroni teledipendenti", come li definisce Pippo, ci sono ancora adesso e sono quelli che vivono con l'apparecchio acceso e si bevono tutte le idiozie che ci propinano, che ascoltano morbosamente i giornalisti sviscerare in diretta le vite di altre persone che, spesso per motivi drammatici, vengono esposte al pubblico in trepidante attesa.
Il film di Fellini è, infatti, anche una critica, e piuttosto feroce, alla società italiana di quegli anni ed è impossibile non avvertire lo squallore di questa visione. Il sogno americano è morto, perfino in Italia. E i nostri protagonisti, che hanno vissuto negli anni dei soffusi bianchi e neri, non resta che una realtà colorata ma vuota. La pubblicità regna incontrastata, pubblicità volgare e sessista, e sembra che del progresso vertiginoso e degli anni dei varietà sia rimasto ben poco.
Tuttavia la pellicola non si racchiude in questa critica. Tanti sono i momenti buffi, di tenerezza; ancora di più quelli di nostalgia e malinconia. La nostalgia è parte integrante della trama, ne è fondamento e si respira nell'aria. Gli anni sono passati, la gioventù è finita e il progresso è andato avanti. Persi in questo nuovo mondo, Amelia e Pippo non possono che ritrovarsi davvero nel momento in cui vestono nuovamente, per l'ultima volta, i panni di Fred Astaire e Ginger Rogers, ma senza mai dimenticare il sorriso, quella a mezza bocca che dice: "Si, il tempo è passato, però noi siamo ancora qua".

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Virginia





mercoledì 11 gennaio 2017

Recensione: La vegetariana di Han Kang

Titolo: La vegetariana
Autore: Han Kang
Traduttore: Milena Zemira Ciccimarra
Casa editrice: Adelphi
Numero di pagine: 177
Formato: Cartaceo

«Ho fatto un sogno» dice Yeong-hye, e da quel sogno di sangue e di boschi scuri nasce il suo rifiuto radicale di mangiare, cucinare e servire carne, che la famiglia accoglie dapprima con costernazione e poi con fastidio e rabbia crescenti. È il primo stadio di un distacco in tre atti, un percorso di trascendenza distruttiva che infetta anche coloro che sono vicini alla protagonista, e dalle convenzioni si allarga al desiderio, per abbracciare infine l'ideale di un'estatica dissoluzione nell'indifferenza vegetale. La scrittura cristallina di Han Kang esplora la conturbante bellezza delle forme di rinuncia più estreme, accompagnando il lettore fra i crepacci che si aprono nell'ordinario quando si inceppa il principio di realtà – proprio come avviene nei sogni più pericolosi.



Questo libro è stato la mia prima lettura del 2017 e mi piaceva l'idea che ne fosse anche la prima recensione. Trovato in biblioteca e carpito subito (altrimenti sarebbe sparito per mesi, lo so), questo esile librino mi ha immersa in un mondo contorto, oscuro e crudele.
La coreana Han Kang scrive un libro molto particolare e decisamente non per tutti i palati. La narrazione, suddivisa nelle tre sezioni La vegetariana, La macchia mongolica e Fiamme verdi, segue le vicende di Yeong-hye, che dal giorno alla notte (letteralmente!) decide di diventare vegetariana, una scelta di vita che risulterà incomprensibile a suo marito e alla sua famiglia e che la risucchierà presto in un baratro di oscurità, malattia e violenza.
Tutto ha inizio con un sogno. Svegliatosi nelle prime ore del mattino, il marito di Yeong-hye troverà la donna in piedi, a piedi nudi nella cucina fredda, intenta a buttare nella spazzatura ogni cibo contente carne nel frigo. 
Questo libro è molto particolare. Quasi onirico in alcuni tratti, crudo in altri, descrive quello che si rivela essere un sintomo del malessere di Yeong-hye e che poi la porterà alla pazzia. Ma è pazzia? O è la reazione estrema a un'infelicità profonda? In-hye, sorella di Yeong-hye, se lo chiede. Si chiede se lei stessa non sia stata sull'orlo di quel baratro di follia, se non si chiami follia quel momento in cui, semplicemente, si è troppo stanchi per andare avanti e ci si abbandona alla vita.
La mutazione di Yeong-hye - da umana ad animale e, infine, a vegetale - porta al suo completo rifiuto delle convenzioni. Convenzioni che, nella Corea di Han Kang, sono incredibilmente rigide e claustrofobiche, soprattutto con le donne. Una condizione che Yeong-hye, dentro di sè, ha sempre rifiutato, anche se inconsciamente, nel suo rifiuto simbolico di indossare il reggiseno. La carne - ottenuta con un atto di violenza - diventa lo stadio successivo di una società opprimente e oppressiva. Non più segno di civilizzazione - l'allevamento intensivo, la distribuzione mondiale e di massa - diventa un segno della violenza intrinseca nell'uomo. In un disperato tentativo di recidere il legame fra sè e il mondo Yeong-hye, simbolicamente, rifiuta la carne.
La vegetariana è un libro molto interessante. Ci mostra uno spaccato di una cultura molto lontana e che noi sperimentiamo solo in minima parte. Una cultura molto più rigida, per certi versi, molto più repressa. Ma ciò su cui si concentra Han Kang è la psiche umana dei suoi pochi protagonisti: il marito di Yeong-hye, primo narratore, poi In-hye e, prima di lei, suo marito. Tutti e tre incentrano la loro storia, il loro sconvolgimento, le loro repressioni su Yeong-hye, che diventa, passando da un punto di vista a un altro, una folle, una donna libera e priva di vincoli, o un'enigma.
Se il marito di Yeong-hye è un uomo assolutamente insignificante, che cerca nella moglie solo l'adempimento di un'aspettativa sociale e si crogiola nel proprio stesso squallore, con In-hye e suo marito il lettore comincia a perdere la coscienza di giusto e sbagliato e gli rimangono solo dubbi. 
Yeong-hye, per rifiutare la violenza insita nella nostra società e in lei stessa, rifiuta di mangiare carne. Rompe con la consuetudine, con suo marito e con la sua famiglia. Eppure il lato animalesco dell'uomo riemerge. L'unico modo per lasciarselo alle spalle - insieme a una realtà di costrizione e violenza repressa - è non essere più umana.
Han Kang ci racconta una storia dura e lo fa con uno stile impeccabile. Disturbante, preciso, poetico. Tutti e tre gli aggettivi convivono nella sua prosa e si sposano perfettamente con la storia raccontata.
Un ultimo piccolo accenno volevo farlo alla copertina che l'Adelphi ha scelto per questo romanzo: semplicemente perfetta. Un fiore grande, candido, che si staglia su uno sfondo oscuro; e il suo cuore rosso sangue. L'immagine appartiene a Nobuyoshi Araki e si intitola Banchetto degli angeli: scene di sesso (riportato in quarta di copertina).
Un romanzo duro e non per tutti. Non posso dire di averlo amato incondizionatamente ma certo mi ha colpito molto.

Virginia

lunedì 9 gennaio 2017

Chiacchiericcio#6: Bilancio del 2016



Buon lunedì, carissimi lettori, bentornati e benvenuti su Virginia e il Labirinto, dove finalmente torno ad asfissiarvi con le mie chiacchiere sui libri. E per confermare la mia non perduta logorrea, eccomi con un Chiacchiericcio epico in cui faccio con voi il bilancio del 2016 e vi comunico qualche novità.
Partirei da queste ultime e cercherò di non dilungarmi troppo.
Per prima cosa, vi informo che la rubrica W... W... W... Wednesday è sospesa e non credo che ritornerà qui sul blog.
Durante queste vacanze ho invece preparato una nuova rubrica. La cadenza dovrebbe essere di due articoli al mese, l'1 e il 15. Non vi dico di cosa si tratta e confermo l'appuntamento per il 15, sperando di riuscire a proporvi qualcosa di interessante.
Questi gli annunci, passiamo al bilancio di quest'anno appena passato. Come - ho notato - per molti altri, non è stato un grandissimo anno. Ho deciso di non scendere nel dettaglio, per non allungare troppo un articolo che è già minaccioso di per sè, quindi mi limiterò a dirvi che qualche rara gioia c'è stata.
Il 20 maggio 2016 ho aperto il blog e non ho ancora smesso di congratularmi con me stessa per aver seguito il cuore, anche contro l'ansia, onnipresente compagna di viaggio. Grazie al blog ho messo alla prova me stessa, ho trovato uno sfogo alla chiacchiera librosa e ho creato qualcosa di mio, mio soltanto di cui sentirmi orgogliosa. Non da ultimo, il pensiero di condividere sul web il mio pensiero ha rinnovato e rafforzato il mio piacere nella lettura, stimolandomi. Ho anche conosciuto, grazie al blog, persone che, come me, amano i libri, e con alcuni dialogo, ho degli scambi e anche un'amicizia (Autumn sto parlando di te). Insomma, il blog mi ha portato tanto e, anche se mi chiede un po' di tempo, non sono assolutamente pentita di aver intrapreso questo viaggio:)
Parlando di bilanci librosi, nel 2016 ho letto 101 libri, uno di più di quel che mi ero prefissata. 
Ho letto in tutto 41.944 pagine e scoperto, su 101, 44 nuovi autori.
Per chi si preoccupa delle "quote rosa", una piccola premessa. Non ho mai fatto caso al sesso di un autore, non me ne sono mai preoccupata e mai lo farò, perchè i parametri con cui giudico un'opera sono ben altri. Detto ciò, dei 101 libri 73 sono stati scritti da donne e 28 da uomini. Dovrei inserire le "quote azzurre", immaginoxD
Ma ora che vi ho informati su questi dettagliucci, passiamo al clou dell'articolo, la Top Ten. Che, ovviamente, non sarà una classifica (non posso scegliere, già ne ho dovuti selezionare 10!), ma solo un elenco delle 10 migliori letture del mio 2016:)

1. Shadowfell, Raven Flight e The Caller di Juliet Marillier


Sixteen-year-old Neryn is alone in the land of Alban, where the oppressive king has ordered anyone with magical strengths captured and brought before him. Eager to hide her own canny skill--a uniquely powerful ability to communicate with the fairy-like Good Folk--Neryn sets out for the legendary Shadowfell, a home and training ground for a secret rebel group determined to overthrow the evil King Keldec. 

During her dangerous journey, she receives aid from the Good Folk, who tell her she must pass a series of tests in order to recognize her full potential. She also finds help from a handsome young man, Flint, who rescues her from certain death--but whose motives in doing so remain unclear. Neryn struggles to trust her only allies. They both hint that she alone may be the key to Alban's release from Keldec's rule. Homeless, unsure of who to trust, and trapped in an empire determined to crush her, Neryn must make it to Shadowfell not only to save herself, but to save Alban.

La prima che vi presento è una trilogia YA (si, sto già barandoxD). Juliet Marillier è una delle mie scrittrici preferite e ha solo un difetto: in Italia non esiste quasi. Io ho tagliato la testa al toro e sono passata direttamente all'inglese, e con ottimi risultati! Questa è una trilogia meravigliosa, un continuo crescendo con un culmine finale che lascia con un'invincibile nostalgia di luoghi mai visti ma vissuti con tutta l'anima.
Una scrittura poetica, un mondo ispirato alla Scozia, una storia d'amore coinvolgente e due personaggi femminili da bucare il cuore.
Com'è che ancora non l'avete letta??

2. A sangue freddo di Truman Capote


Pubblicato nel 1966, "A sangue freddo" suscitò una serie di polemiche di carattere letterario ed etico-sociale. L'autore venne accusato, tra l'altro, di voyerismo cinico, per aver voluto registrare "oggettivamente" un fatto di cronaca nera, anzi di violenza gratuita, avvenuta nel cuore del Middle West agricolo: lo sterminio brutale di una famiglia da parte di due psicopatici. Nel libro, la visione puntuale delle dinamiche della vicenda, ottenuta grazie all'assidua frequentazione dei due colpevoli, giustiziati dopo un processo durato sei anni, è filtrata e riscattata attraverso una sapiente rielaborazione stilistica.

Un reportage giornalistico in veste di prosa, per oggetto un fatto di cronaca nera che sconvolse l'America. Una narrazione oggettiva e impersonale che, però, avvince il lettore e fa emergere interrogativi angoscianti ed incredibilmente attuali: umanità e mostruosità possono convivere in una persona? La pena di morte è giustizia ho solo un omicidio "a sangue freddo", al pari del crimine che va a punire? E che responsabilità ha, ognuno di noi, nel creare un mostro?
Domande che emergono spontanee nel corso della lettura e che rimangono incastrate a fondo nell'animo del lettore, che se le porterà dietro per lungo tempo.
Un capolavoro della letteratura americana.

3. Furore di John Steinbeck


Pietra miliare della letteratura americana, Furore è un romanzo mitico, pubblicato negli Stati Uniti nel 1939 e coraggiosamente proposto in Italia da Valentino Bompiani l’anno seguente. Il libro fu perseguitato dalla censura fascista e solo ora, dopo più di 70 anni, vede la luce la prima edizione integrale, nella nuova traduzione di Sergio Claudio Perroni. Una versione basata sul testo inglese della Centennial Edition dell’opera di Steinbeck, che restituisce finalmente ai lettori la forza e la modernità della scrittura del Premio Nobel per la Letteratura 1962.
Nell’odissea della famiglia Joad sfrattata dalla sua casa e dalla sua terra, in penosa marcia verso la California, lungo la Route 66 come migliaia e migliaia di americani, rivive la trasformazione di un’intera nazione. L’impatto amaro con la terra promessa dove la manodopera è sfruttata e mal pagata, dove ciascuno porta con sé la propria miseria “come un marchio d’infamia”. Al tempo stesso romanzo di viaggio e ritratto epico della lotta dell’uomo contro l’ingiustizia, Furore è forse il più americano dei classici americani, da leggere oggi per la prima volta in tutta la sua bellezza.

Nel 2016 è scoppiato l'amore fra me e Steinbeck e tutto ha avuto inizio con questo libro.
Epico, immenso, tragico.
La storia, ancora attualissima, della povertà e dell'immigrazione; la lotta di una famiglia di braccianti contro l'avidità, il potere e l'indifferenza. Una scrittura potente, magistrale; una narrazione corposa, un poema epico dei poveri e dei vinti, con una conclusione di quelle che solo Steinbeck riesce a dare.

4. La valle dell'Eden di John Steinbeck


Nel paese di Nod, a est del giardino dell’Eden, dove la progenie di Caino andШ a vivere secondo la leggenda biblica e che nel romanzo di John Steinbeck corrisponde simbolicamente alla valle percorsa dal fiume Salinas nella California settentrionale, si intrecciano le storie di due famiglie, gli Hamilton e i Trask. Protagonisti della saga, che va dalla Guerra civile alla Prima guerra mondiale, da una parte il vecchio Samuel Hamilton, immigrato dall’Irlanda; e, dall’altra, Cyrus Trask insieme ai figli Adam e Charles, e ai nipoti Aron e Caleb, gemelli nati dalla misteriosa Cathy Ames, reincarnazione di Eva e di Satana allo stesso tempo, emblema del male nel mondo, con il quale tutti nel corso della lunga vicenda devono misurarsi. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1952 e ora riproposto nella nuova traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, La valle dell’Eden è il romanzo in cui Steinbeck ha creato i suoi personaggi più affascinanti e ha esplorato più a fondo i suoi temi ricorrenti: il mistero dell’identità, l’ineffabilità dell’amore e le conseguenze tragiche della mancanza d’affetto.
Al tempo stesso saga famigliare e moderna trasposizione del mito, La valle dell’Eden è il capolavoro della maturità di Steinbeck, da cui nel 1955 Elia Kazan ha tratto l’omonimo film con James Dean.

Non potevo non parlare anche di questo romanzo. Saga famigliare, romanzo sul rapporto padre-figlio e fratello-fratello, storia del rapporto fra 2 famiglie l'una agli antipodi dell'altra, riproposizione di un episodio biblico. C'è di tutto in questo romanzo, che abbandona l'epicità dei toni di Furore e favorisce quelli più intimi, creando alcuni dei personaggi più belli che io abbia mai letto. Non è un romanzo "complesso" o da interpretare, ma ha una potenza primitiva, di quelle che colpiscono e non si fanno più scordare.

5. Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi


Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze barbare, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi nell'impresa di spiegare a ragazzi e ragazze, esposti in misura crescente alla catechesi islamica, una delle più temibili incarnazioni del Satana occidentale: la letteratura. È stata così costretta ad aggirare qualsiasi idea ricevuta e a inventarsi un intero sistema di accostamenti e immagini che suonassero efficaci per gli studenti e, al tempo stesso, innocui per i loro occhiuti sorveglianti. Il risultato è un libro che, oltre a essere un atto d'amore per la letteratura, è anche una beffa giocata a chiunque tenti di proibirla.

Questo romanzo, oltre ad essere meraviglioso, è anche stato il protagonista della mia primissima recensione qui sul blog. Capite, dunque, che vi sono particolarmente affezionata.
Un libro sui libri, un'autobiografia, un documento inestimabile per capire un po' meglio la nostra storia, ormai indissolubilmente legata a un'altra cultura, quella islamica. Da ultimo - ma non ultimo - un romanzo bellissimo.
Qui la mia recensione.

6. La Storia di Elsa Morante


La Storia, romanzo pubblicato direttamente in edizione economica nel 1974 e ambientato a Roma durante e dopo l'ultima guerra (1941-47), Elsa Morante ha consegnato la massima esperienza della sua vita. È la sua opera piú letta e, come tutti i libri importanti, anche quella che piú ha fatto discutere. Cesare Garboli, nell'introduzione a questa edizione tascabile, traccia un bilancio critico sul romanzo a piú di vent'anni dalla prima pubblicazione.

Un altro mio grandissimo amore del 2016, che ritroverete in questa classifica. Con questo romanzo imponente, a cui mi sono approcciata quasi in punta di piedi, ho conosciuto la Morante e la sua scrittura evocativa, avvolgente, ammaliante.
La storia di Ida, Nino, Useppe e Davide; di Roma; dell'Italia tutta. Una storia nella Storia, minuscola in questo flusso sterminato, ma non per questo insignificante. Perchè sono le nostre storie, che si intersecano a creare un unico, grande arazzo.
Qui la mia recensione.

7. La storia infinita di Michael Ende


Bastiano è un giovane goffo, e non è quel che si dice comunemente un "ragazzo sveglio", ma la lettura (e il termine è improprio, perché egli passerà alternativamente dal ruolo di lettore a quello di personaggio e di protagonista) di questo libro lo farà cambiare e farà cambiare la Storia stessa. Gli farà capire che il "fa' ciò che vuoi" che sta scritto sull'amuleto ricevuto in dono non significa "fa' quel che ti pare", ma esorta a seguire la volontà più profonda per trovare se stessi. Che è la strada più ardua del mon do. Il libro e Bastiano la percorreranno insieme, e il ragazzo attraverserà tutti i suoi desideri e passerà dalla goffaggine alla bellezza, alla forza, alla sapienza, al potere, fino a quando dovrà fermarsi.

Non si finisce mai di essere bambini, neanche a 21 anni; soprattutto a 21 anni. Questo libro, riletto dopo un primo approccio al massimo tiepido risalente a più di 10 anni fa, mi ha dato moltissimo e contiene molto di più di molti libri non per bambini: più verità, più poesia, più profondità. Il messaggio è semplice ma non per questo scontato ed è moderno ancora adesso. 
Qui la mia recensione.

8. La vera storia del pirata Long John Silver di Bjorn Larsson


Ci sono libri che danno pura gioia. È quel che capita con il romanzo di Larsson: ci ritroviamo adulti a leggere una storia di pirati con lo stesso gusto dell'infanzia, riscoprendo quella capacità di sognare che ci davano i porti affollati di vascelli, le taverne fumose, i tesori, gli arrembaggi, le tempeste improvvise e le insidie delle bonacce. Chi racconta in prima persona è Long John Silver, il terribile pirata con una gamba sola dell'"Isola del Tesoro", fatto sparire da Stevenson nel nulla per riapparirci ora vivo e ricco nel 1742 in Madagascar, intento a scrivere le sue memorie. E non è solo a quel "e poi"? che ci veniva sempre da chiedere alla fine delle storie che risponde Larsson, è al prima, al durante, al dietro.

Un romanzo effervescente, dove realtà e finzione si fondono e danno vita a uno dei "memoriali" più avvincenti che io abbia mai letto. L'irriverente voce di Silver non si perde in sentimentalismi e ci ricostruisce, pezzo dopo pezzo, la sua storia. All'interno della narrazione, però, trovano posto anche tematiche molto più serie: le condizioni di vita dei marinai, la tratta degli schiavi e la vita come pirata.
Qui la mia recensione.

9. L'isola di Arturo di Elsa Morante


Arturo, il guerresco ragazzo dal nome di una stella, vive in un'isola tra spiagge e scogliere, pago di sogni fantastici. Non si cura di vestiti né di cibi. È stato allevato con latte di capra. La vita per lui è promessa solo di imprese e di libertà assoluta. E ora ricorda. Queste sono le sue memorie, dall'idillio solitario alla scoperta della vita: l'amore, l'amicizia, il dolore, la disperazione.
Secondo romanzo della Morante dopo Menzogna e sortilegio (1948), L'isola di Arturo(Premio Strega 1957) confermò tutte le qualità della scrittrice romana: l'impasto di elementi realistici e fiabeschi, la forte suggestione del linguaggio.
Arturo, come Elisa in Menzogna e sortilegio, «si porta addosso la croce di far parte non di un oggi ma di un sempre».

Vi avevo detto che Elsa Morante sarebbe ritornata:)
Questo romanzo è, semplicemente, meraviglioso. Un libro piccolo di dimensioni ma gigantesco nei sentimenti che suscita. Una storia sulla crescita, l'amore e la solitudine; una piccola epica su sentimenti e personaggi quotidiani, con uno stile impeccabile ed eclettico. Imperdibile.
Qui la mia recensione.

10. La guardia, il poeta e l'investigatore di Jung-myung Lee


Nel 1944 la Corea è sotto l’occupazione giapponese, e nella prigione di Fukuoka non si permette ai detenuti coreani di usare la propria lingua. Un uomo, una guardia carceraria, viene trovato brutalmente assassinato, e un giovane collega dall’animo sensibile e letterario viene incaricato di condurre l’indagine e trovare il colpevole. La vittima era temuta e odiata per la sua brutalità, ma quando l’improvvisato investigatore avvia la sua inchiesta interrogando custodi e detenuti, ricostruendo poco a poco i movimenti degli ultimi mesi, un diverso e sorprendente scenario si impone alla sua attenzione. Dall’inchiesta sull’uomo emerge il passato di un povero analfabeta orfano dei genitori, il faticoso riscatto attraverso il lavoro, la carriera nella prigione, la scoperta di una passione inaspettata, il ruolo di «censore» con l’incarico di controllare la corrispondenza in entrata e in uscita dal carcere. E soprattutto il legame con un detenuto particolare, un famoso poeta coreano, autore di scritti sovversivi. E proprio attorno al poeta ruota l’intera vicenda: nel corso dei suoi interrogatori il giovane si trova a parlare sempre di più con il prigioniero e, come prima di lui la guardia assassinata, a immergersi in un dialogo fatto di letteratura, d’arte, di libertà. Si scopre a desiderare la bellezza dei suoi versi clandestini, a subire il potere eccitante e al tempo stesso rasserenante della parola poetica.
Calibrando suspense e ricostruzione storica, dolore e dolcezza, il romanzo dipinge un universo di contrasti: le condizioni dei detenuti obbligati ad abolire il proprio nome, la costante violenza fisica e psicologica alla quale sono sottomessi, il raggio di luce dei poemi del poeta realmente esistito Yun Dong-ju le cui parole diventano merce di contrabbando, balsamo di speranza, sfida provocatoria e coraggiosa alla crudeltà degli esseri umani. 

Una delle ultime letture del 2016, a riprova che le belle sorprese possono arrivare fino all'ultimo. Una storia su cui non avrei scommesso e che invece mi ha colpita moltissimo.
Un'ambientazione inedita per un romanzo che fonde letteratura e vita; un inno al potere dell'arte in tutte le sue forme; una storia su un conflitto culturale e generazionale, e sull'importanza di un'identità.
Qui la mia recensione.


Questi sono stati i 10 libri che più mi hanno colpito in questo proficuo 2016. Tante letture, tante soddisfazioni, qualche contrarietà. Che il 2017 sia un anno di meravigliose letture e meravigliose avventure per tutti.
Alla prossima,

Virginia













martedì 3 gennaio 2017

Presentazione Gruppo di Lettura



Salve a tutti, cari lettori, e ben ritrovati in questo nuovo 2017! Questa mia di oggi sarà solo un'apparizione fugace, perchè il mio ritorno in grande stile sarà il 9, dopo le feste, quando farò insieme a voi il punto del mio 2016, da un punto di vista letterario e umano.
Ne approfitto, però, per augurarvi un 2017 sfavillante e pieno di letture e occasioni meravigliosi. Speriamo che il 2016, insomma, sia completamente finito e dimenticato! 
Ultimo appunto. A metà di gennaio, come gli altri universitari ben sanno, c'è la sessione di esami. Nel mio caso, si tratterà anche dei miei primissimi esami all'università, quindi spero che capirete la mia latitanza dalla blogosfera. Insomma, le vacanze si prolungano però la vostra blogger fa tutto meno che riposarsi (ansia portami viaxD).
Detto questo, vi spiego perchè ho rotto il mio silenzio. Ancora una volta, vi invito a un Gruppo di Lettura, questa vola organizzato da Chiara di La lettrice sulle nuvole. In previsione della pubblicazione in Italia di Winter, quarto ed ultimo romanzo delle Cronache lunari di Marissa Meyer, abbiamo deciso di riprendere tutti insieme in mano perlomeno il primo della serie, per incoraggiarci a questa rilettura, che a me sicuramente serve.
Intanto, eccovi la trama del romanzo, per chi ancora non lo conoscesse:


Cinder è abituata alle occhiate sprezzanti che la sua matrigna e la gente riservano ai cyborg come lei, e non importa quanto sia brava come meccanico al mercato settimanale di Nuova Pechino o quanto cerchi di adeguarsi alle regole.
Proprio per questo lo sguardo attento del Principe Kai, il primo sguardo gentile e senza accuse, la getta nello sconcerto. Può un cyborg innamorarsi di un principe? E se Kai sapesse cosa Cinder è veramente, le dedicherebbe ancora tante attenzioni?
Il destino dei due si intreccerà fin troppo presto con i piani della splendida e malvagia Regina della Luna, in una corsa per salvare il mondo dall'orribile epidemia che lo devasta.
Cinder, Cenerentola del futuro, sarà combattuta tra il desiderio per una storia impossibile e la necessità di conquistare una vita migliore. Fino a un'inevitabile quanto dolorosa resa dei conti con il proprio oscuro passato.

Un esordio folgorante in cui la fantascienza incontra la favola dando alla luce un mondo visionario e di affascinante complessità.

Immagino che tutti avrete riconosciuto l'ispirazione principale per questo romanzo: la favola di Cenerentola, riletta però in chiave fantascientifica. Il bello di questa serie è che la Meyer non si è limitata a riprendere la storia di Cenerentola ma, libro dopo libro, ha arricchito la sua serie con nuove protagoniste e nuove reinterpretazioni, che si sono fuse e intrecciate l'una con l'altra fino ad arrivare a una saga complessa e interessante, che si ingrandisce e si stratifica un libro dopo l'altro, un personaggio dopo l'altro. Dopo Cinder, quindi, avremo Scarlet, con la ripresa di Cappuccetto rosso; e poi Cress, che ci racconta di nuovo di Raperonzolo; infine Winter che, neanche a dirlo, avrà per oggetto Biancaneve.
La rilettura avrà ufficialmente inizio oggi, 3 gennaio 2017 e si concluderà l'11 febbraio. Secondo un calendario che vi riporterò qui sotto, alcuni blog (fra i quali, ovviamente, il mio) riporteranno un resoconto dei capitoli letti, facendone una breve panoramica e scrivendone una recensione.
Eccovi il calendario!


Chiunque ne abbia voglia può partecipare:)
Detto questo, io vi rinnovo gli auguri e vi saluto fino al 9 gennaio;)

Virginia



sabato 24 dicembre 2016

Buone feste!



Salve a tutti lettori! Questo mio sarà un post veloce di spiegazioni e di saluti.
Spiegazioni perchè, in questi ultimi giorni, sono stata del tutto - o quasi - assente dalla blogosfera. Il fatto è che mi sono ammalata e solo ultimamente mi sono ripresa abbastanza da mettermi davanti a un computer a fare discorsi di senso compiuto. Quindi scusate tutti, con il 2017 ripartirò a pieno regime.
Veniamo quindi alla parte dei saluti. Com'è successo per settembre, anche a natale Virginia e il Labirinto chiude i battenti, ma solo fino a gennaio! Il primissimo appuntamento è il 3, per la presentazione di un nuovo progetto a cui partecipo e a cui. ancora una volta, siete tutti invitati. Ritornerò però in maniera definitiva solo dopo la Befana, con un Chiacchiericcio di dimensioni (stimate) epiche per un resoconto personale e letterario del 2016. 
Nel frattempo non mi resta che augurare un meraviglioso Natale a tutti e un anno nuovo da far impallidire quello appena trascorso:)
Alla prossima, carissimi!

Virginia

venerdì 16 dicembre 2016

Recensione: La guardia, il poeta e l'investigatore di Jung-myung Lee

Titolo: La guardia, il poeta e l'investigatore
Autore: Jung-myung Lee
Traduttore: Benedetta Merlini
Casa editrice: Sellerio
Numero di pagine: 379
Formato: Cartaceo

Nel 1944 la Corea è sotto l’occupazione giapponese, e nella prigione di Fukuoka non si permette ai detenuti coreani di usare la propria lingua. Un uomo, una guardia carceraria, viene trovato brutalmente assassinato, e un giovane collega dall’animo sensibile e letterario viene incaricato di condurre l’indagine e trovare il colpevole. La vittima era temuta e odiata per la sua brutalità, ma quando l’improvvisato investigatore avvia la sua inchiesta interrogando custodi e detenuti, ricostruendo poco a poco i movimenti degli ultimi mesi, un diverso e sorprendente scenario si impone alla sua attenzione. Dall’inchiesta sull’uomo emerge il passato di un povero analfabeta orfano dei genitori, il faticoso riscatto attraverso il lavoro, la carriera nella prigione, la scoperta di una passione inaspettata, il ruolo di «censore» con l’incarico di controllare la corrispondenza in entrata e in uscita dal carcere. E soprattutto il legame con un detenuto particolare, un famoso poeta coreano, autore di scritti sovversivi. E proprio attorno al poeta ruota l’intera vicenda: nel corso dei suoi interrogatori il giovane si trova a parlare sempre di più con il prigioniero e, come prima di lui la guardia assassinata, a immergersi in un dialogo fatto di letteratura, d’arte, di libertà. Si scopre a desiderare la bellezza dei suoi versi clandestini, a subire il potere eccitante e al tempo stesso rasserenante della parola poetica.
Calibrando suspense e ricostruzione storica, dolore e dolcezza, il romanzo dipinge un universo di contrasti: le condizioni dei detenuti obbligati ad abolire il proprio nome, la costante violenza fisica e psicologica alla quale sono sottomessi, il raggio di luce dei poemi del poeta realmente esistito Yun Dong-ju le cui parole diventano merce di contrabbando, balsamo di speranza, sfida provocatoria e coraggiosa alla crudeltà degli esseri umani. 


Questo libro, per quanto mi riguarda, ha una storia strana. Ero in biblioteca a curiosare fra le novità quando una signora, indicandomi questo volume, mi dice con convinzione che è bellissimo. Non so voi, però mi è sembrato - ancora di più col senno di poi - un caso del destino. Ho seguito l'istinto e me lo sono portata a casa, senza immaginare di trovarmi tra le mani una delle mie letture più belle del 2016. E recensirlo sarà anche difficile, perchè qui mi piacerebbe poter condividere con voi tantissime citazioni, ma essendo questo un volume della biblioteca (nonchè cartaceo - non sottolineo i cartacei) devo accontentarmi di andare un po' a memoria, sperando di riuscire a recuperare qualcuno dei tanti pezzi che mi hanno colpita.

"Se le parole potevano spiegare la vita, perchè non potevano far luce sulla morte?"

L'incipit del romanzo è quello classico del giallo: c'è un morto inspiegabile e un uomo incaricato di scoprire l'assassino. Ma accanto alla tradizione abbiamo fin da subito rilevanti punti di discordanza con la stessa. Innanzitutto, siamo nel 1944, in Giappone, nel pieno della Seconda Guerra mondiale; in secondo luogo, ci troviamo nella prigione militare di Fukuoka e il morto era un delle guardie giapponesi, così come il giovane - perchè Watanabe è molto giovane - incaricato dal direttore del carcere di scoprire l'assassino. In particolare, Sugiyama - la guardia assassinata - e Watanabe sono assegnati al terzo blocco, uno dei peggiori: quello riservato a coreani antigiapponesi, terroristi, rivoltosi, comunisti, rivoluzionari. Watanabe, prima di essere chiamato a fare il proprio dovere per la patria, era uno studente, e non solo: era un appassionato di letteratura: poesie e romanzi, rinchiuso nel negozio di libri usati della madre, avevano rappresentato non soltanto uno scudo contro le brutture del mondo, ma una vera e propria ragione di vita.
All'opposto abbiamo Sugiyama, temprato dalla guerra, indurito da anni di violenza e di brutalità, semi analfabeta, rigidamente leale alla gerarchia e agli ordini, censore della prigione.
A legare questi due personaggi, a percorrere tutto il romanzo e a rappresentare l'anima di questa storia sono proprio le parole. Le parole dei poeti vivi e morti, le parole della verità che sempre sono poesie, le parole che racchiudono la nostra capacità di speranza. E le parole scritte, anche e soprattutto. Quelle di cui si nutre Watanabe, quelle che cancella Sugiyama nel suo studio con energici segnacci rossi, come ferite sul candore del foglio. Le parole, che sono tutto ciò che è nel cuore di Yun Dong-ju, perchè esse sono il mezzo con cui viene alla luce.
Vi ho parlato della guardia, vi ho parlato dell'investigatore. Ora lasciate che vi parli del poeta, e per mezzo delle sue stesse parole:

"Autoritratto

Solo, costeggio i piedi della montagna
verso il pozzo isolato accanto alla risaia e vi guardo dentro.

Nel pozzo la luna lucente, le nuvole ammassate,
il cielo vasto e blu e il sibilo del vento ed è autunno.

E c'è un uomo.
Mi allontano, odiandolo per una ragione che non  conosco.

Ripensandoci, ho compassione per lui.
Torno indietro e guardo dentro. È sempre lì.

E di nuovo vado via, odiandolo.
Ripensandoci, ne sento la mancanza.

Nel pozzo la luna lucente, le nuvole ammassate,
il cielo vasto e blu e il sibilo del vento ed è autunno
e c'è un uomo, come un ricordo."

Yun Dong-ju, il cui nome giapponese è Hiranuma Dozu. Costretto ad abbandonare il suo nome e la sua lingua, privato della libertà, picchiato, mortificato, quasi ammutolito. Ma le parole, sempre, sono più forti, e diventano il mezzo per costruire un dialogo fatto di poesia con Sugiyama prima e con Watanabe poi.
La figura più importante di questo romanzo è proprio quella del poeta: Dung-ju, autore realmente esistito, diventa talvolta la personificazione del Poeta, colui che compone versi e nutre il resto dell'umanità con il suo talento. 
Se centrale è il Poeta, altrettanto - se non di più - lo è la poesia. Uno dei punti di scontro più feroce con Sugiyama è proprio il ruolo della poesia, argomento ancora attualissimo, anche perchè possiamo tranquillamente estenderlo all'arte in generale. In un mondo che cade a pezzi, dove le persone muoiono e soffrono, dove la guerra infuria e sembra che esistano solo la crudeltà e la violenza, che posto può esserci per l'arte? L'arte non può spiegare i fenomeni e, parzialmente, riprodurli, come fa la scienza; l'arte non è pratica, non ti porta il pane in tavola, non guarisce le malattie. A cosa serve, allora?
La risposta la troveremo nella lettura ed è la più semplice e fondamentale che ci sia: l'arte è consolazione dalle sofferenze, è la speranza di un mondo migliore, è ciò che ci porta a stringere i denti e superare le difficoltà. Questo scoprirà Sugiyama, nel suo sofferto confronto con Dong-ju. Questo, e il potere delle parole.

" <<"Quella che noi chiamiamo rosa, anche con un altro nome avrebbe il suo soave profumo". Cos'è un nome? Ciò che importa è la tua essenza. Che tu sia Hiranuma o Yun Dong-ju sei un coreano sfacciato e ostinato>>
<<Un nome è il simbolo del proprio essere>> ribattè Hiranuma con un filo di voce. <<Non rappresenta solo un viso e un corpo, ma anche i sogni, i ricordi, il passato, il presente e il futuro di una persona. Proprio come una parola èuò contenere in sè diversi sentimenti o una frase può avere vari significati>>
(...)
Quindi una rosa chiamata con un altro nome avrebbe continuato a mantenere inalterato il suo profumo, ma non chiamandosi più così non sarebbe più stata una rosa. Anche la rosa più profumata con il passare del tempo perdeva il suo profumo e appassiva, ma il nome "rosa" avrebbe continuato a evocarne la bellezza e la fragranza".

Il tema dell'identità è importantissimo in questo romanzo. Uno dei fulcri della narrazione è lo scontro culturale tra coreani e giapponesi e il modo in cui questi ultimi impongano ai coreani di abbandonare la loro patria, i loro nomi, la loro lingua addirittura. Dong-ju combatte per rimanere sè stesso, perchè ciò che dice è profondamente vero, e ha dato da pensare a Sugiyama quanto a me. Il nostro, nome, la nostra provenienza, la nostra lingua. È vero, nessuno di essi ci identifica completamente, perchè definire una persona solo in base al suo Paese di provenienza è riduttivo a dir poco. Allo stesso tempo, ci plasma. Il nome che ci hanno dato i nostri genitori, la lingua che ci scorre nelle vene: tutto ciò cresce con noi, si evolve con noi e, per quanto lontano possiamo andare, sarà sempre una parte di noi, un piccolo nucleo di identità che contribuisce alla nostra personalità.
Oltre al tema dell'identità e del ruolo del poeta e della poesia, questo libro ci porta a contemplare con muto orrore ciò che avveniva in una prigione militare: i maltrattamenti, le angherie, le torture. Fukuoka è l'inferno e si è liberi solo nella morte. Neanche in essa, perchè se nessuno reclama la salma, essa viene sepolta nel cimitero della prigione. E a queste atrocità si affiancano quelle di una guerra insensata, l'ultima di una lunga catena.
I personaggi mossi dallo scrittore sono pochi ma dipinti magistralmente. Talvolta ho avuto l'impressione di trovarmi davanti a una favola, delicata nonostante le brutture che Lee, con uno stile chiaro e lieve, ci mostra. Ma ciò che lo scrittore ha in serbo per il lettore è una verità terribile, che non lascia scampo a nessuno, personaggio o lettore.

"È stato terribile

È stato terribile vedere quell'innocente vitellino dimenarsi,
mentre veniva trascinato nel mattatoio.

Cercare di leccare le gocce d'acqua
cadute sulle mura del piccolo e solitario villaggio.

Oh Dio! Quel vitellino era così amorevole e buono mentre
passava per la strada vicino all'albero di camelia.

Oh Dio! Tu, che sei così buono, per favore dicci che saremo tutti perdonati.

E che un giorno quando arriveremo nel Paradiso dorato,
non uccideremo più quel piccolo e grazioso vitello.
E che, invece, diventati più buoni,
gli orneremo le corna con i fiori.

Oh Dio! Per favore, fa che il vitello non soffra troppo,
quando riceverà una coltellata in testa."

Ho amato tantissimo questo libro. Il finale è stato un colpo molto duro da digerire e mi ha lasciato una grande amarezza. Credo che sia uno di quei libri che si devono leggere e che un giorno, forse, diventeranno classici della letteratura. Ma non sono un critico letterario, sono solo una ragazza che, quando legge libri simili, si ricorda perchè la lettura è un'altra forma del suo essere. Perchè le parole mi scorrono dentro, come per Watanabe e Sugiyama, e se non esistessero i Dong-ju a dare loro voce non varrebbe la pena vivere.



Virginia


mercoledì 14 dicembre 2016

W... W... W... Wednesday#20

Immagine trovata su Google e NON creata da me



Buon mercoledì a tutti, amici lettori! Ancora una volta vi accolgo nel mio angolino per parlarvi delle mie letture settimanali e spero che anche voi vogliate condividere con me le vostre, perchè sono davvero curiosa:) Innanzitutto, però, ricordo che questa rubrica non è stata inventata da me ma dal blog Should Be Reading e che consiste nel rispondere a queste domande:

What are you currently reading? (Cosa stai leggendo?)

What did you recently finish reading? (Quale libro appena finito di leggere?)

What do you think you'll read next? (Qual è il prossimo libro che pensi di leggere?)

Eccovi le mie risposte:)

WHAT ARE YOU CURRENTLY READING?


Nel 1944 la Corea è sotto l’occupazione giapponese, e nella prigione di Fukuoka non si permette ai detenuti coreani di usare la propria lingua. Un uomo, una guardia carceraria, viene trovato brutalmente assassinato, e un giovane collega dall’animo sensibile e letterario viene incaricato di condurre l’indagine e trovare il colpevole. La vittima era temuta e odiata per la sua brutalità, ma quando l’improvvisato investigatore avvia la sua inchiesta interrogando custodi e detenuti, ricostruendo poco a poco i movimenti degli ultimi mesi, un diverso e sorprendente scenario si impone alla sua attenzione. Dall’inchiesta sull’uomo emerge il passato di un povero analfabeta orfano dei genitori, il faticoso riscatto attraverso il lavoro, la carriera nella prigione, la scoperta di una passione inaspettata, il ruolo di «censore» con l’incarico di controllare la corrispondenza in entrata e in uscita dal carcere. E soprattutto il legame con un detenuto particolare, un famoso poeta coreano, autore di scritti sovversivi. E proprio attorno al poeta ruota l’intera vicenda: nel corso dei suoi interrogatori il giovane si trova a parlare sempre di più con il prigioniero e, come prima di lui la guardia assassinata, a immergersi in un dialogo fatto di letteratura, d’arte, di libertà. Si scopre a desiderare la bellezza dei suoi versi clandestini, a subire il potere eccitante e al tempo stesso rasserenante della parola poetica.
Calibrando suspense e ricostruzione storica, dolore e dolcezza, il romanzo dipinge un universo di contrasti: le condizioni dei detenuti obbligati ad abolire il proprio nome, la costante violenza fisica e psicologica alla quale sono sottomessi, il raggio di luce dei poemi del poeta realmente esistito Yun Dong-ju le cui parole diventano merce di contrabbando, balsamo di speranza, sfida provocatoria e coraggiosa alla crudeltà degli esseri umani. 

Mi mancano solo un centinaio di pagine per terminare questa lettura e non vedo l'ora di parlarvene, perchè mi sta piacendo moltissimo. I temi trattati, la scrittura, il modo in cui mi è arrivato fra le mani... Ogni cosa concorre per rendere questo libro speciale, almeno per me. Ma ve ne parlerò meglio in un articolo apposito.

WHAT DID YOU RECENTLY FINISH READING?


Il romantico ed enigmatico Jay Gatsby organizza feste sontuose nella speranza di avvicinare la donna amata in gioventú, Daisy, che ha sposato un uomo ricco e rozzo. Ne diventerà l'amante, ma un incidente automobilistico darà una tragica svolta al loro amore. Una descrizione spietata e partecipe del mondo fastoso e frivolo degli anni Venti nelle pagine indimenticabili dello scrittore simbolo della «generazione perduta».

Ho recentemente terminato Il grande Gatsby di Fitzgerald, un classico che da troppo tempo volevo leggere e che sono finalmente riuscita ad approcciare grazie al gruppo di lettura della biblioteca Sala Borsa di Bologna. Qui la mia recensione.

WHAT DO YOU THINK YOU'LL READ NEXT?


Avvolto nel suo lungo mantello, con un baule da viaggio e un curioso pappagallo, il giovane studente Laurentius Hylas approda in Estonia un freddo giorno di fine Seicento. In fuga da un oscuro passato e sospettato di eresia, è diretto a Tartu, la «città delle muse», piccolo centro ai margini dell’allora regno di Svezia, ma sede di una vivace università, dove circolano già le idee rivoluzionarie di Newton e Cartesio, si inaugurano i primi teatri anatomici e si segue la nuova moda dell’opera sulla scia di Molière. In quel fermento scientifico e filosofico che porterà al secolo dei lumi, Laurentius cerca ossessivamente una cura per il male che lo tormenta e che i suoi contemporanei chiamano malinconia. Ma più si addentra nelle domande cui non sa dare risposta – Da dove viene l’anima? Che rapporto ha con il corpo? – più è attratto dal mondo di istinto, superstizione e magia dei contadini nelle campagne. Un mondo che ha già conosciuto da bambino, quando è stato coinvolto nella caccia alle streghe, e ora ritorna a perseguitarlo in sogni e visioni che cominciano a confondersi fatalmente con la realtà. Attraverso il vivido affresco storico di un inedito angolo d’Europa e la vicenda di un intellettuale che sembra dare corpo alle contraddizioni del suo tempo, Friedenthal si cala nelle viscere del secolo di Shakespeare per raccontare il travaglio della modernità e l’avvento di una nuova epoca della ragione, quando la medicina si fa strada tra umori, paure e l’antica fede nell’alchimia, e il buio Nord sogna la radiosa antichità, i simposi in giardini mediterranei avvolti dal dolce ronzio delle api, l’armonia di un mondo che può forse guarire una nostalgia di luce, di oro, di miele.

Dopo la mia avventura con Bjorn Larrson sono proprio curiosa di leggere un nuovo romanzo edito Iperborea. Questo l'ho trovato in biblioteca e la trama mi ispirava, quindi conto di leggerlo appena conclusa la mia lettura in corso.

Con questo è tutto:) Scrivetemi nei commenti le vostre risposte o, in caso, linkatemi i vostri blog, che passerò volentieri a dare un'occhiata!

Virginia